Triste come Pasolini

scritto da Alma Gjini
Scritto 23 anni fa • Pubblicato 11 ore fa • Revisionato 11 ore fa
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Autore del testo Alma Gjini

Testo: Triste come Pasolini
di Alma Gjini

Triste come Pasolini

Ci sono incontri con la letteratura che non assomigliano a una lezione, ma a una ferita lenta che si apre e resta.

Il mio è avvenuto a scuola, con la mia insegnante di lingua e letteratura, Marina. Aveva una convinzione semplice e assoluta, che ripeteva spesso come se fosse una legge non scritta: «Lo so che ami scrivere, ma per scrivere poesie belle devi leggerne di straordinarie e vere».
Non lo diceva come un incoraggiamento generico, ma come si trasmette un metodo di vita. Per lei la scrittura non nasceva soltanto dall’ispirazione, ma anche dall’esposizione: bisognava lasciarsi attraversare da parole migliori delle proprie, prima ancora di provare a rispondere al mondo.
In quel tempo, in Albania, leggere certi autori non era scontato. Alcuni nomi arrivavano filtrati, altri mancavano del tutto e, proprio per questo, ogni libro che Marina portava in classe aveva il peso di qualcosa di raro, quasi clandestino. Era come se aprisse una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo e, per qualche ora, ci permettesse di guardare fuori.
Un giorno ci fece leggere Pier Paolo Pasolini e con lui arrivò una forma di poesia che non avevo mai incontrato prima.
La prima era Supplica a mia madre”. Non assomigliava a una dichiarazione d’amore e non aveva nulla della tenerezza rassicurante con cui spesso si racconta il legame tra una madre e un figlio. Era piuttosto una resa, un’ammissione quasi feroce della dipendenza affettiva.

Pasolini non nasconde il fatto che quella madre è per lui origine, rifugio, condanna e necessità insieme. Non chiede davvero di essere liberato, perché sa che la libertà, da quel legame, forse non è possibile. Ed è proprio questo a rendere la poesia così dolorosa: il figlio adulto riconosce di essere ancora trattenuto da un amore primordiale, assoluto, tanto profondo da diventare quasi incompatibile con il resto della vita.
Ciò che mi colpì allora fu questa assenza di difesa. Non c’era orgoglio, non c’era il tentativo di sembrare più forte del sentimento. C’era un uomo che si esponeva completamente davanti alla propria fragilità e diceva, in sostanza, che da lì non sapeva uscire. A quell’età non avevo ancora le parole per comprendere fino in fondo quanto fosse radicale una confessione simile, ma ne sentivo il peso. Capivo che quella poesia non chiedeva di essere ammirata: chiedeva di essere sopportata. Mi sembrava quasi di assistere a qualcosa che non avrei dovuto vedere.
La seconda lettura apparteneva invece aLe ceneri di Gramsci”. Qui lo sguardo cambiava completamente: non c’era più soltanto l’intimità di un legame umano portato fino al limite, ma entrava il mondo intero, con la storia, le periferie, la povertà, le trasformazioni sociali, la modernità che avanzava e, avanzando, cominciava già a cancellare qualcosa.
In Pasolini la realtà non è mai soltanto paesaggio. Un quartiere, una borgata, un volto, un pezzo di terra diventano immediatamente storia e ferita. Riesce a guardare un luogo e a vedere contemporaneamente ciò che è, ciò che è stato e ciò che sta per scomparire. Era questo che mi turbava.
Pasolini sembrava vedere la trasformazione mentre stava ancora accadendo. Non parlava del passato con semplice nostalgia e non guardava il futuro con entusiasmo: stava in mezzo, nel punto più scomodo, quello in cui ci si accorge che ogni conquista porta con sé anche una rinuncia. E forse fu proprio questo a colpirmi più di ogni altra cosa.
Tra Supplica a mia madre” e “Le ceneri di Gramsci si apriva per me un varco enorme, tra l’amore assoluto e la coscienza di un mondo che cambia senza chiedere permesso. In mezzo c’era Pasolini, una voce incapace di addolcire ciò che vedeva e che non sembrava interessata a consolare nessuno, nemmeno sé stessa.
Marina ci lasciò dentro quelle letture senza spiegazioni immediate. Il giorno dopo entrò in classe, ci guardò e fece una domanda semplice: «Tu, da grande, cosa vuoi essere?»
Le risposte dei miei compagni erano leggere, possibili, concrete: mestieri, sogni, direzioni. Io invece risposi senza pensarci troppo: «Triste come Pasolini».
Oggi quella frase mi sembra imperfetta, ma sincera, perché non era la tristezza in sé che cercavo. A quell’età non potevo ancora sapere che la tristezza di Pasolini non era semplice malinconia: era lucidità, era l’impossibilità di voltare lo sguardo, era quella forma di dolore che nasce quando si vedono troppe cose insieme, ciò che amiamo e ciò che perdiamo, ciò che il mondo promette e ciò che, nel frattempo, ci sottrae.
Credo che, senza saperlo, volessi dire proprio questo: volevo essere capace di guardare anche quando guardare faceva male. Volevo quella verità senza protezione, quella sensazione che alcune parole non servano a consolare, ma a rendere visibile ciò che normalmente si evita di vedere.
Marina non commentò subito. Aveva però quello sguardo di chi riconosce quando una cosa è stata capita davvero, anche se ancora in modo confuso. Non mi disse che avevo ragione, non mi spiegò Pasolini e non cercò di correggere quella risposta così strana per una ragazzina. La lasciò lì, e forse fu proprio questo il suo modo di insegnarmi.
Anni dopo ho capito che il suo insegnamento non riguardava soltanto la letteratura, ma il modo in cui si sta al mondo: leggere per diventare più esposti, più attenti, meno superficiali; leggere non per accumulare nomi, date o citazioni, ma per permettere alle parole degli altri di spostare qualcosa dentro di noi, e scrivere soltanto dopo aver accettato di essere stati cambiati da ciò che si è letto.
Pasolini, per me, non è rimasto confinato a quella lezione. Negli anni ho letto praticamente tutto ciò che ha scritto, ho cercato quella stessa inquietudine anche quando cambiava linguaggio e passava dalla pagina allo schermo. Più passavano gli anni, più mi accorgevo che Marina mi aveva consegnato qualcosa di molto più grande di un autore: mi aveva consegnato uno sguardo.
La prima volta che tornai in Albania dopo essermi trasferita in Italia scrissi “La casa sulla collina. Avevo dentro il ritorno, la distanza, il paese che non era più lo stesso e forse nemmeno io lo ero. Riguardavo i luoghi da cui provenivo e mi accorgevo che appartenergli non significava più abitarli. C’era qualcosa di familiare e insieme irrimediabilmente perduto. La terra era ancora lì, le case, le strade, le colline, ma lo sguardo con cui le guardavo era cambiato per sempre.
Ancora oggi, rileggendo quelle pagine, sento quanto Pasolini fosse passato anche da lì. Non come imitazione, ma piuttosto come una domanda rimasta dentro: che cosa accade ai luoghi quando cambiano? Che cosa resta di noi nelle terre da cui siamo partiti? E che cosa continua a farci male proprio perché ci appartiene, ma non ci abita più?
Forse è anche per questo che, da allora, molti miei racconti tornano alle radici, ai paesi, alle persone perdute, alle case lasciate indietro. Non per nostalgia, o non soltanto, ma perché alcune assenze diventano un modo di guardare.
Il paradosso è che oggi Marina non c’è più. È morta dello stesso male da cui io sono sopravvissuta per puro miracolo, e questa è una di quelle frasi che ancora oggi faccio fatica a scrivere senza sentire qualcosa cambiare nel respiro. Lei, che mi aveva insegnato a leggere parole capaci di restare, non è rimasta. Io sì.
Per molto tempo ho pensato a questa sproporzione senza riuscire a darle un significato. Non credo ne abbia uno. La vita non distribuisce giustizia narrativa e non chiude i cerchi con eleganza, a volte lascia semplicemente qualcuno da una parte e qualcun altro dall’altra.
Eppure, ogni volta che torno a Pasolini, torno anche a lei, a quella classe, a quella domanda e a quella ragazzina che rispose di voler diventare triste come un poeta che ancora conosceva appena.
Oggi so che non volevo essere triste. Volevo imparare a non distogliere gli occhi.
Forse Marina lo aveva capito prima di me, e a volte penso che quella lezione su Pasolini non sia mai finita davvero, perché ci sono parole che non restano nei programmi scolastici: restano nel modo in cui guardi le cose quando nessuno ti sta più insegnando niente, nel modo in cui torni nei luoghi da cui sei partita, nel modo in cui riconosci una perdita, nel modo in cui scrivi una madre o un padre, una terra, una casa, una morte.
Restano nel momento in cui capisci che alcune verità non hanno il compito di rassicurarti.
E la poesia, quella vera, forse è proprio questo, non un genere da riconoscere, ma uno sguardo che non riesci più a toglierti di dosso.

Alma Gjini

 

 

 

 

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